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ISO Bassa 1025

Un mal di schiena da cavalieri

Una delle caratteristiche peculiari dell’equitazione è la ricerca di un equilibrio comune tra cavallo e cavaliere che permetta ad entrambi di eseguire il gesto atletico come espressione armonica di un’unica entità funzionale.
Ogni eventuale restrizione di mobilità o disfunzione muscolare del cavaliere si ripercuote infatti sul cavallo e viceversa, generando una catena di compensi reciprochi che a lungo andare può causare disturbi a carico del sistema muscolo scheletrico. A testimonianza di questa interazione diversi studi scientifici hanno infatti dimostrato che l’ampiezza di movimento della schiena di un cavallo da equitazione è minore di quella di un cavallo comune, che il movimento del cavaliere esercita una maggiore influenza sul cavallo in fase di camminate che non durante il galoppo e che nel trotto le forze di spinta sono maggiori a livello del bacino del cavallo se il cavaliere orienta il proprio in modo eccessivamente diagonale. Le caratteristiche antropometriche della persona e l’eventuale presenza di alterazioni anatomiche come iperlordosi o scoliosi non solo costituiscono dei fattori predisponenti l’insorgenza di lombalgia, ma inducono il cavaliere a compensare lo squilibrio che si manifesta gravando su altri distretti anatomici e quindi amplificando l’adattamento posturale disfunzionale. La lombalgia è infatti una delle sintomatologie che più frequentemente colpisce i cavalieri: il mantenimento della postura in sella e le continue sollecitazioni date dal cavallo possono infatti generare modificazioni tissutali causando riduzioni dello spessore dei dischi vertebrali e sovraccarico a livello dei dischi e dei legamenti. Invece pubalgie e gonalgie sono sindromi causate da ripetute contrazioni di particolari gruppi muscolari (retto dell’addome, adduttori, muscoli della zampa d’oca e quadricipiti) utilizzati al fine di poter avvolgere in modo costante il costato del cavallo e quindi aderire alla sella per garantire al cavaliere il mantenimento di un buon equilibrio e il giusto assetto. Infatti queste contrazioni intense e ripetute, se non eseguite in modo elastico e armonico, possono avere conseguenze come tendinopatie e infiammazioni dell’articolazione femororotulea dovuta ai persistenti movimenti di flesso-estensione degli arti inferiori. In aggiunta a queste condizioni, e a fronte di eventi imprevedibili caratterizzati da traumatiche cadute da cavallo, si denota quanto nella realtà equestre come già in altri ambiti sportivi l’osteopatia possa contribuire non solo come cura, ma anche come prevenzione per mantenere il benessere globale della persona. L’osteopatia è una medicina non convenzionale riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e definita nel 2007 come una medicina basata sul contatto primario manuale nella fase di diagnosi e trattamento. Avvalendosi di un approccio causale e non sintomatico, la pratica della medicina osteopatica è essenzialmente indirizzata all’identificazione di quei fattori che influenzano la funzionalità dei sistemi e la capacità di interagire fisiologicamente tra di loro. In ambito sportivo il trattamento osteopatico si è dimostrato efficace nel trattamento e nella prevenzione degli infortuni e quindi nel miglioramento della prestazione atletica. In particolare nell’ambito equestre l’osteopatia si rivolge non solo al cavaliere, trattando l’eventuale presenza di disfunzioni che generano dolore e limitano la performance sportiva, ma recentemente anche nel trattamento delle disfunzioni del cavallo. Mettendo poi il cavaliere in condizioni di assecondare in maniera ottimale i movimenti del cavallo, riesce ad avere una maggior precisione in ogni fase dell’allenamento e della gara.

Testo di Stafano Uberti, fotografia di Ivan Scotti

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